Buona e cattiva digitalizzazione – La versione di Barney

stretta di mani digitale

Buona e cattiva digitalizzazione – La versione di Barney

Buona e cattiva digitalizzazione – La versione di Barney

Quando si parla di digitalizzazione, si pensa subito ad acquistare soluzioni digitali, verticali e scarsamente integrate. Ma questo cosa comporta? Vediamo come dare la giusta direzione alla spesa in digitalizzazione per l’impresa.

Il professor Luciano Floridi in una recente intervista a Open Innovation Regione Lombardia distingue due modi di procedere nella digitalizzazione pubblica o d’impresa:

  • acquistare soluzioni digitali in ordine sparso: cattiva spesa e cattiva digitalizzazione
  • dare una direzione alla spesa in digitalizzazione: buona spesa e, verosimilmente, buona digitalizzazione

 

Poi, in termini di design delle policies, molto più in generale parlando di innovazione, suggerisce il COME FARE: “cercare una prassi con la quale più operi in quel modo e più la stessa prassi si rafforza”. 

Provo a sintetizzare i concetti del prof. Floridi con la metafora novecentesca della casa del contadino e la casa dell’architetto: la prima cresce a caso, in funzione di disponibilità e necessità successive; mentre la seconda segue il progetto.

Il progetto e le fondamenta danno la direzione di dove si vuole o può arrivare e parte del valore sta nel progetto ancora da realizzare.

Era noto, infine, quanto risultasse difficile agli eredi del contadino ristrutturare, senza radere a zero, la casa, se non altro perché priva di adeguate fondamenta.

E così, ora come allora, per tornare al punto iniziale della digitalizzazione, molti procedono con una sorta di problem solving: digitalizzazione di un processo con una soluzione specifica (verticale) e scarsamente integrata se non, addirittura, stand-alone. Cattiva spesa.  Allora, come dare la giusta direzione al processo di digitalizzazione della propria impresa e fare in modo che si rafforzi strada facendo?

 

1.Comprendere il processo

 Anzitutto bisogna accettare che è un processo di tipo top-down, quindi a guida e coinvolgimento del vertice aziendale cui compete la governance del processo.

Detto ciò, comprendere anche che è un processo di change management, ovvero di trasformazione: infatti, la direzione è proprio la cosiddetta ‘trasformazione digitale’ dell’impresa.

 

2.Digitalizzare il proprio modello organizzativo

Si tratta di un percorso difficilmente di brevissimo periodo, ma che deve avere a fondamenta la trasposizione del modello organizzativo in virtuale: abbandonare la carta degli organigrammi/funzionigrammi per un modello virtuale, fatto più di competenze/ruoli che di gerarchie. Più di condivisione, partecipazione, autoresponsabilizzazione che di ordini e controlli dall’alto.

Un modello organizzativo unico che vada tanto bene per i collaboratori in sede quanto per quelli in remoto. Possibilmente utile e fruibile anche per molti altri stakeholder come partner, clienti e fornitori. Il prof. Floridi direbbe ‘onlife’.

 

3.Trovare la soluzione migliore

Ecco, digitalizzando proprio il modello organizzativo dell’impresa, tutte le soluzioni che si aggiungeranno nel tempo saranno anzitutto una esigenza dell’organizzazione medesima e, necessariamente, integrate al modello di organizzazione, pena il tendenziale rifiuto: le fondamenta definiscono molto dello sviluppo della costruzione successiva.

Naturalmente un modello di questo tipo deve trovare le tecnologie idonee a sostenerlo. Tra le cosiddette piattaforme collaborative, una si differenzia proprio come organization first per il suo design originale, idoneo ad accogliere e gestire la complessità di una organizzazione di impresa, dove competenze e ruoli si intersecano sui molteplici processi e sotto-processi aziendali (contesti): BusinessRM, la soluzione enterprise di SweetHive.